Martedì, 24 Novembre 2020

Giornalista iscritto all'Albo Nazionale dal 2012

Attualmente redattore del mensile Mistero

rivista dell'omonima trasmissione televisiva di Italia Uno

 

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Rassegna stampa

 

Notizie ANSA

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Elettrosmog l'inquinamento sconosciuto

Rispondere a una telefonata sul proprio cellulare è ormai da qualche decennio un gesto normale. Che cosa succede quando premiamo il pulsante che apre la comunicazione? Il gesto semplice e routinario determina un inquinamento ambientale poiché amplifica un campo elettromagnetico. Siamo tutti, dunque, inquinatori seriali, indiscriminati e inconsapevoli.

Le leggi regionali non si apllicano

Intanto sta di fatto che anche in Basilicata si sta assistendo a una preoccupante fase di deregolamentazione che sta determinando un’invasione di antenne, tralicci e impianti di trasmissione. Questo in virtù anche della legge regionale n. 30 del 5 aprile 2000 che continua a essere completamente disattesa; la normativa regionale, infatti, prevede l’istituzione di piani di localizzazione e di un catasto degli impianti. A distanza di oltre dodici anni dall’approvazione il dettato legislativo resta lettera morta. L’articolo 5, in particolare, recita testualmente: “Ogni comune, entro un anno dalla entrata in vigore della presente legge, deve individuare uno o più siti al di fuori di zone altamente urbanizzate dove localizzare e concentrare gli impianti di teleradiocomunicazioni già installati e di futura installazione, predisponendo anche il relativo piano di trasferimento per gli impianti già in funzione. La scelta di tali siti deve essere effettuata tenendo conto di criteri improntati al principio della tutela sanitaria, ambientale paesaggistica e architettonica. I piani devono essere trasmessi alla Regione Basilicata - Dipartimento Sicurezza Sociale e Politiche Ambientali”. In verità gran parte degli articoli della legge regionale sono stati demoliti dal famigerato decreto “Gasparri”. Nessun comune lucano, comunque, si è dotato dei piani. L’assenza del catasto degli impianti, inoltre, non permette di sapere quanti impianti sono disseminati sul territorio regionale.

Modernità e il business prima della salute pubblica

Grazie agli accordi trasversali tra le compagnie telefoniche che si scambiano il favore di ospitare sui propri tralicci le antenne dei concorrenti vi è una proliferazione di stazioni radio base in zone densamente abitate; a queste bisogna aggiungere i ripetitori per la diffusione del segnale televisivo e quelli del recente digitale terrestre, le antenne delle radio commerciali, i ripetitori utilizzati dalle forze armate e dalle forze dell’ordine e ultimamente i ripetitori che consentono l’accesso a internet in modalità wi-fi (senza fili). Esiste, infine, un problema sui monitoraggi; gli unici che sono stati effettuati, neanche in maniera esaustiva, risalgono al 2003 e al 2006. I dubbi sulla salute, pertanto, restano. Con il termine elettrosmog s’intende l'inquinamento derivante da onde non ionizzanti prodotte dalle infrastrutture di telecomunicazioni come la radiodiffusione e la telediffusione (emittenti radiofoniche e televisive), dai ponti radio, dalle reti per telefonia cellulare, dagli apparati wireless utilizzati soprattutto in ambito informatico (campi elettromagnetici ad alta frequenza) e dalle infrastrutture di trasporto dell'energia elettrica tramite cavi percorsi da correnti alternate di forte intensità (campi elettromagnetici a bassa frequenza). Secondo alcuni studi chi abita, per esempio, nei pressi d’impianti di telefonia mobile soffre con sempre maggior frequenza di mal di testa, nervosismo, insonnia e persino di attacchi di panico; alcuni medici, inoltre, sostengono che sia causa di sterilità, aborti, impotenza, patologia immunomediata e tumori (leucemie, linfomi non-Hodgkin, tumori cerebrali). Anche questa è la modernità a tutti i costi, ma pagata a caro prezzo.

 

Pubblicato sul settimanale L'Altravoce N. 4 02/06/2012