Martedì, 22 Ottobre 2019

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Dante e la setta dei Fedeli dell'Amore - Settembre 2019

«Una giovane donna di Tolosa

bell’e gentil, d’onesta leggiadria

tant’è dritta e simigliante cosa

ne’ suoi dolci occhi, de la donna mia…

ma tanto è paurosa

che no le dice di qual donna sia».

Quella che potrebbe sembrare un’innocente poesia di Guido Cavalcanti e che a scuola si studia nell’ambito del movimento letterario del XII secolo che va sotto il nome di Dolce Stil Novo, in realtà potrebbe nascondere ben altro: un segreto che si perde nei secoli bui del Medioevo, ma che mantiene ancora vivo il suo fascino.

La donna a cui fa riferimento Cavalcanti è una donna reale o nasconde una matrice simbolica?

Guido Cavalcanti, secondo alcuni studi, in verità forse non molto conosciuti, insieme ad altre figure culturali importanti dell’epoca molto probabilmente facevano parte di una setta segreta di iniziati; a questa congrega esoterica sarebbe appartenuto anche Dante Alighieri. Si tratta della cosiddetta setta conosciuta con il nome dei Fedeli d’Amore.

 Chi erano i Fedeli d’Amore?

Per capire chi erano i Fedeli d’Amore bisogna far accenno alla vicenda finale dei cavalieri templari. Nel 1318, dopo il martirio degli ultimi esponenti, Geoffroy de Gonneville, riunì a Spalato in Dalmazia i cavalieri sfuggiti al massacro. Qui cercò di riorganizzare la struttura e vennero ricostituiti tre gruppi che avrebbero dovuto garantire il mantenimento in vita dell’ordine e la contestuale messa in opera dei piani occulti. Si formarono così tre gruppi: Gruppo del Potere, Gruppo del Sapere e Gruppo della Saggezza. Il Gruppo del Potere elesse come domicilio Parigi e la sua azione avrebbe permesso la nascita della massoneria, ereditiera in parte dell’ordine del tempio. Il Gruppo del Sapere, invece, elesse come domicilio Roma. Il terzo gruppo, infine, è quello che si sviluppò dando vita anche ai Fedeli d’Amore. Questi avevano come missione quella di perpetuare le tradizioni e di formare dei gruppi d’iniziati che avrebbero favorito e permesso nel corso del tempo la rinascita dell’ordine del tempio.

I Fedeli d’Amore costituivano pertanto una società segreta con un proprio linguaggio criptico che si articolava su un duplice binario semantico: quello essoterico della poesia che inneggiava all’amore sentimentale e a leggiadre figure femminili e quello esoterico del messaggio iniziatico-politico per una cerchia ristretta.

Alla setta sarebbero appartenuti non solo Dante, Cavalcanti, Guinizelli, Cino da Pistoia ma anche Dino Compagni, Giovanni Villani, Francesco da Barberino, Cecco d’ Ascoli; ossia il fior fiore della cultura letteraria italiana dal XIII al XIV secolo.

Come abbiamo già detto Cavalcanti e la sua famiglia ebbero un ruolo importante nella costituzione dei Fedeli d’Amore. A Firenze fece un grande lavoro di proselitismo coinvolgendo le maggiori personalità di spicco dell’epoca.

Questo movimento era costituito anche da alcuni membri dell’accademia Platonicana che ispirò alcune opere di Botticelli. Tra gli iniziatori possiamo annoverare addirittura anche Cosimo de Medici e Lorenzo il Magnifico.

Molto probabilmente fecero parte successivamente di questa setta anche Pico della Mirandola, Michelangelo, Petrarca, Giordano Bruno, Bacone e Tommaso d’Aquino.

Il filo comune si può rintracciare nella volontà del ritorno alla purezza della dottrina cristiana e contestualmente il contrasto al potere temporale della chiesa favorendo, così quello imperiale in antitesi con quello papale.

Dall’esame semantico-letterale degli scritti dei maggiori esponenti di questo movimento si evince l’esaltazione, sulla scia della lirica provenzale trobadorica, dell’amore come forza spirituale trasfigurante capace di far trascendere la condizione umana, fino a raggiungere la conoscenza e l’amore di Dio. Tramite di questa purificazione progressiva è la donna, non più oggetto di passioni contingenti, di carnali concupiscenze, ma specchio di virtù e celestiale bellezza su cui si riflette, trasformandosi, la bellezza e la bontà divina.

Questi concetti vengono riversati nella produzione letteraria attraverso stilemi e immagini particolari e spesso enigmatici: luoghi retorici, sottigliezze allegoriche, simbolismi allusivi e un lessico oscuro.

Il linguaggio segreto di Dante

Tra i personaggi certamente di maggior spessore facenti parte di questa misteriosa setta ritroviamo il sommo poeta Dante Alighieri. In Italia, un lavoro fondamentale su Dante e il linguaggio segreto dei Fedeli d’Amore è stato condotto con un rigore critico ed analitico dallo studioso Luigi Valli.

Un’analisi completa e puntuale del messaggio esoterico che si nasconde tra i versi della produzione letteraria di Dante non è facile da riassume re in poche battute, ma alcuni elementi posso essere utili al fine di capire meglio l’appartenenza del sommo poeta alla setta dei Fedeli d’Amore.

Come si può notare analizzando la sua opera maggiore, ossia la Divina Commedia, lo schema del viaggio onirico è connotato da simboli della tradizione ermetico-alchemica.

Scive Dante: “Io non so ben ridir come v’intrai, tant’era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai” (Inferno I, 10-12). Stiamo parlando del sonno della coscienza che può essere risvegliata solo grazie all’incontro e con l’aiuto di un maestro, ossia Virgilio. Con tale guida Dante entra nell’Inferno, inizia cioè il viaggio al centro della Terra, esperienza che gli alchimisti denominavano VITRIOLVM, utile per trovare la pietra nascosta, ossia la vera medicina curativa di tutto. Simbolicamente si tratta di un’operazione pericolosa in cui la personalità si deve dissolvere e slacciarsi dal corpo individuale legato al tempo e allo spazio e quindi al mondo materiale. Perché quest’impresa riesca è necessario che sia intrapresa con cuore puro e con un’intenzione corretta.

Un elemento non di poco conto a livello simbolico è che il viaggio di Dante inizia durante la Settimana Santa che dovrebbe concludersi con la rinascita spirituale.

Dante, attraverso la sua produzione letteraria, filtra la complessa cultura classica e medioevale, fatta anche di astrologia, magia, alchimia, come di mitologia, teologia e filosofia.

Nel medioevo il simbolo e il numero erano considerati come “principia individuationis”, ossia la loro funzione, in tutte le opere, sia letterarie sia architettoniche, ha una forte valenza simbolica e lo stesso Dante non si sottrae soprattutto al simbolismo numerico.

Se esaminiamo, per esempio, il primo canto dell’Inferno si compone di 136 versi cioè 1+3+6=10 1+0=1. Se facciamo questo per tutti i canti dell’Inferno otteniamo tre numeri: 1, 4, 7. Esaminiamo il loro simbolismo. Il numero 1 è alla base della numerazione, esso indica il monoteismo e l’espressione del Dio creatore. Il numero 4, invece, rappresenta la completezza e l’uomo, mentre per gli alchimisti medievali rappresenta i 4 elementi. Il numero 7, infine, indica la perfezione; esso è
la somma del 3+4, cioè Dio (la Trinità) e la materialità (i 4 elementi).

Nella settima cornice del Purgatorio entra in scena Beatrice che assume il ruolo di guida fino al decimo cielo, dove la donna amata da Dante torna al suo seggio nella Candida Rosa.
Nella Divina Commedia Beatrice diventa una "donna angelicata", una creatura spirituale, il cui amore induce al bene e alla salvezza eterna. Nell' ultimo tratto del viaggio ultraterreno, invece, Dante viene accompagnato da San Bernardo che è stato anche il fondatore e il padre spirituale dei Templari che, come abbiamo visto, sono direttamente collegati proprio ai Fedeli d’Amore.

Quindi, in maniera simbolica, Dante ci vuole comunicare che l’uomo raggiunge Dio e la piena consapevolezza solo dopo l’espiazione dei peccati; ma questo potrebbe essere anche l’essenza fondamentale della conoscenza segreta dei Fedeli d’Amore.

L’aspetto fondamentale, dunque, che è poi anche la matrice comune di riferimento per la setta dei Fedeli d’Amore è proprio l’amore e soprattutto le enigmatiche figure femminili a esso collegate.

Il codice segreto

In tutte le poesie e gli scritti riconducibili alla setta troviamo il simbolismo della donna intesa come sapienza trascendente ed ecco perché i Fedeli d’Amore erano anche un nucleo fondamentale della saggezza dei Templari superstiti. In particolare poi nella produzione letteraria spesso e in vario modo si fa riferimento al “Saluto della Donna” ed è descritto come un’esperienza travolgente: “il cor divenne morto ch’era vivo” o ancora “esperienza che intender non la può chi non la prova”. Vi è un evidente parallelismo con la poesia mistica persiana, specialmente con Rumi (fondatore della confraternita sufi dei dervisci), secondo il quale il vino e la donna sono simboli dell’esperienza mistica di Dio.

Chi era simbolicamente la “donna” d’animo puro e gentile della quale quasi tutti gli stilnovisti “cantano”? Essendo fortemente influenzati dalla cultura egizia e dunque dalle tradizioni isidee questa mistica donna potrebbe essere un chiaro riferimento al culto della Dea Madre, ossia la Vergine Nera medievale alla quale erano state dedicate per esempio diverse cattedrali in Francia proprio in quel periodo.

Ritroviamo in tal modo un accenno alle antiche tradizioni isidee secondo le quali è fatto divieto pronunciare il nome della divinità e quindi, in questo caso, della donna. La donna intesa dunque come madre che racchiude in sé il mistico verbo chiamato “Amore” di cui Dante e gli altri erano “Fedeli”. In altri termini, forse, un riferimento ai temi del femminino sacro.

L’amore ha dunque la capacità di sottrarre il neofita al sonno e alla morte, dando al Fedele d’Amore una vita nuova.

Interessanti analogie si possono poi riscontrare nel simbolismo dei Fedeli d’Amore con l’ermetismo e l’alchimia che proverebbe dunque un legame poco esplorato tra le confraternite medievali e le correnti sapienziali italiane.

Sta di fatto che rispetto a questa misteriosa setta c’è ancora molto da scoprire ed è lo stesso Dante che forse ci fornisce indicazioni in tal senso quando nel Purgatorio, VIII, 19-21, dice: «aguzza qui, lettor, ben li occhi Al vero, che ‘l velo è ora ben tanto sottile, certo che ‘l trapassar dentro e’ leggiero…».